05 settembre 2017

Notte Europea dei Ricercatori, un viaggio lungo dodici anni

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni per Frascati Scienza. Puntate i telescopi, brillano preziose novità nella galassia Ern, quella della Notte Europea dei Ricercatori. Luce nitida, che arriva fin qui, e un programma tutto da scoprire per quella che è la dodicesima edizione ma per spirito e passione ha il sapore di una “prima”. Un viaggio lungo, inarrestabile, che permette di avere la scienza al grande pubblico, immersa tra famiglie, bambini, studenti e ricercatori stessi. Save the date, dal 23 al 30 settembre si svolgerà infatti la Settimana Europea della Scienza, sette intesi giorni nei quali risalteranno conferenze, aperitivi scientifici, visite nei principali centri di ricerca ed esperimenti. Settimana che accoglierà al suo interno l’evento principe, l’edizione 2017 della Notte Europea dei Ricercatori (ERN). Ancora una volta l’Associazione Frascati Scienza (qui) farà da vettore principale dell’evento raccogliendo il prestigioso testimone ideato dalla Commissione Europea e catapultandolo negli occhi di tutti i visitatori. Da Frascati a Roma, passando per Carbonia, Sassari, Lecce, Milano, Palermo e arrivando fino a Napoli; Frascati Scienza coordinerà tutte le iniziative presenti nell’area di ricerca Tuscolana e sarà presente anche nelle altre città dello Stivale che, con i loro prestigiosi centri, aderiscono alla maratona scientifica. Un messaggio ubiquitario teso ad abbracciare tutti, quello del “Made in Science”, che meglio s’interpreta in “la scienza come marchio di fabbrica” (qui). Una vera e propria filiera, di qualità, che muove l’intraprendenza dei nostri ricercatori italiani ma che migliora, soprattutto, la vita quotidiana di tutti noi. Numeri importanti per l’edizione 2016, che ha condotto la divulgazione scientifica in ben 30 città italiane organizzando complessivamente 380 eventi indirizzati a tutte le fasce d’età. Risultati stimolanti fatti ovviamente per essere superati ancora una volta come accade ormai da anni. Lasciandosi stupire come la prima volta in cui si avvicina l’occhio a un telescopio puntato verso un pianeta o una stella. E soprattutto, volendo stupire. Buona Scienza. 

16 agosto 2017

Siccità, sparito il ghiacciaio del Calderone

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Doverosa correzione al titolo di Repubblica: è sparito il nevaio che copre il permafrost secolare, quest'ultimo, seppure in ritirata, si trova ancora incastonato sotto la ghiaia e tra le vette del Corno Grande.
Questa la pagina Facebook del Rifugio Carlo Franchetti, il più alto di tutto l'Appennino italiano.
Articolo tratto da La Repubblica, clicca qui per la sua fonte originale o interamente leggibile sotto.
Buona lettura.

Il caldo e la siccità di questa estate hanno fatto sparire il ghiacciaio del Calderone, sul Gran Sasso in Abruzzo, il più a sud d'Europa. Lo scrivono i gestori del rifugio Franchetti sul loro profilo Facebook e lo confermano le immagini postate dagli alpinisti sui social network. "Il Ghiacciaio del Calderone non c'è più e la sorgente del rifugio da ieri è ridotta a un filo, cosa mai successa in questi ultimi 30 anni", dichiara Luca Mazzoleni, storico gestore del rifugio, il più alto d'Abruzzo (2433 metri), sul versante teramano della montagna.
Le foto degli alpinisti locali, scattate il 14 agosto e postate su Facebook, mostrano la conca del Calderone a secco, con qualche minuscola chiazze di ghiaccio e neve. Il ghiacciaio si trova fra i 2650 e i 2850 metri d'altezza. Per l'alpinista aquilano Paolo Boccabella, "la situazione quest'anno è drammatica: il nevaio è sparito non alla fine dell'estate come gli scorsi anni, ma già a metà agosto".
Sul ghiacciaio del Calderone in Abruzzo negli anni scorsi spariva la copertura di neve, ma sotto la ghiaia rimane uno strato di ghiaccio "fossile", depositato lì da almeno un secolo. Questo strato negli ultimi vent'anni si è ridotto. A spiegarlo è Marco Scozzafava, presidente dell'associazione meteorologica 'L'Aquila Caput Frigoris'.

"A consumarsi - spiega Scozzafava - è stato soltanto lo strato superficiale di neve, che di solito resiste per tutta l'estate. Sotto il ghiaione rimane uno strato di ghiaccio vivo spesso in media 15 metri, fino a un massimo di 25 nell'inghiottitoio centrale". Per il meteorologo, "il nevaio superficiale si consuma completamente d'estate in media una volta ogni cinque anni. Lo ha fatto nel 2001, nel 2007 e nel 2012". Dal 1992 al 2015 tuttavia, aggiunge Scozzafava, lo strato di ghiaccio sotto i detriti "si è ridotto di quasi 1 metro, passando da 26 a 25 metri".
Quest'anno sul Gran Sasso è nevicato relativamente poco, salvo l'evento eccezionale del 18 gennaio (quello che ha provocato la tragedia di Rigopiano). La primavera poi è stata secca, e l'estate particolarmente calda ha dato il colpo di grazia al Calderone. "La sparizione del ghiacciaio ogni cinque anni non è un evento eccezionale - conclude Scozzafava -, ma la situazione va tenuta sotto controllo. Sarebbe allarmante se la cosa si ripetesse tutti gli anni".

Nel gennaio del 2014 nel catasto italiano dei ghiacciai era stato definito un “glacionevato”. Il Calderone infatti da tempo continua inesorabilmente a ritirarsi. Uno studio dell’università di Milano aveva aggiunto il ghiacciaio sul versante teramano del Gran Sasso (l’unico degli Appennini) nel catasto dei ghiacciai italiani. Negli anni ’50 del secolo scorso, il Calderone, unica formazione glaciale dell’Italia peninsulare, fu inserito nel primo catasto nazionale dei ghiacciai, realizzato dal Comitato glaciologico italiano (1959-1962), e fu classificato proprio come “ghiacciaio”, con una superficie di 0,06 chilometri quadrati chiari segni di flusso, come piccoli crepacci, cioè fratture della superficie glaciale dovute al movimento. Ma dalla metà degli anni ’50 in poi, aveva spiegato Claudio Smiraglia, professore ed esperto glaciologo dell’università degli studi di Milano, a capo del progetto di ricerca, il Calderone si è ridotto in superficie (nel 2014 copriva 0,04 chilometri quadrati) e di spessore. Il settore inferiore, aveva aggiunto l'esperto, si è ricoperto di uno spesso strato di detriti e, nel 2000, si è frammentato in due porzioni ormai prive di evidenze di flusso.

Nel nuovo catasto redatto tre anni fa è stata quindi modificata la sua classificazione di “giacciaio” ed è stato definito “glacionevato”, cioè una massa di ghiaccio di ridotta superficie e di limitato spessore, che non presenta evidenze di movimento, e che può formarsi nelle fasi di deglaciazione dall’evoluzione di ghiacciai preesistenti. Il rimpicciolimento del Calderone è un processo che va avanti da moltissimo tempo, ma il ghiacciaio abruzzese, pur nella sua nuova classificazione nel nuovo catasto, sopravvive e resta un “geosito” di alto livello culturale, patrimonio paesaggistico e luogo iconico delle trasformazioni in atto nell’ambiente naturale della montagna.

12 agosto 2017

Le navi di Nemi. Rinascita di un museo dimenticato

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Conoscete un posto che racchiuda in modo ininterrotto, continuo, più di 2000 anni di gesta dell'essere umano? Pensateci.
A me un luogo salterebbe in mente. E d'accordo, gioco in casa, respiro questi luoghi fin dalla tenera età.
Resta però il fatto che l'imbrifero di Nemi è probabilmente uno di questi privilegiati, unici, angoli del pianeta.
Trait d'union di epoche, divinità e reperti. Filo continuo con la storia e con lo scandire dei secoli.
Nell'acqua dello Speculum Dianae ci si può tuffare nella sacralità della civiltà Latina arrivando fino al Medioevo e attraversando Roma, il suo oceano di leggenda e magnificenza.
Riemergete, c'è da prendere fiato. Fatto? Ancora un tuffo e via con il '600, il '700 e l'800. Fino al '900.
Stanchi? Sdraiatevi pure.
Tutto. In pochi chilometri. Da Genzano di Roma a Nemi. Come in poche altre parti del mondo.
Inutile aprire un dibattitto sulla valorizzazione e divulgazione dell'immenso patrimonio che ci è stato donato. Penso che a volte si possa fare di più nella vita e noi abitanti della Penisola, con quello che ci è stato tramandato, ecco, potremmo fare molto di più.
Ma teniamoci le belle notizie. Appunto. Perchè qualcosa è stato fatto o comunque si muove.
Il gioiello a firma dell'architetto Vittorio Ballio Morpurgo, primo museo al mondo (tanto per rimanere in tema) progettato per accogliere appositamente un reperto storico, mette un nuovo abito. Di rilancio.
Chissà cosa ne penserà Caligola; ma anche Diana, dea affasciannte di un imbrifero che torna ad attrarre persone e fertile di nuove iniziative.
Parola all'articolo e buona lettura.

Le ampie arcate del soffitto, che ricordano i costoloni di uno scafo, riflettono la luce che penetra dalle enormi finestre e accarezza le navi di Caligola. Giochi di luce e ombre e riflessi che a seconda dell'ora del giorno colorano le pareti di sfumature che vanno dal giallo al rosa. Due scale a chiocciola s'inerpicano verso il ballatoio fino a portare alla grande terrazza, da cui ammirare la valle nemorense amata dall'imperatore romano, che lì decise di far edificare la sua villa. 

Il Museo delle Navi romane di Nemi, prima ancora del suo contenuto - quelle immense navi romane rinvenute nel lago tra il 1929 e il 1931 e poi fatalmente distrutte in un incendio nel 1944, di cui oggi è visibile solo una copia in scala 1:5 - stupisce per il contenitore. Progettato tra il 1934 e il 1940 dall'architetto Vittorio Morpurgo, uno dei più raffinati esponenti della scuola romana del razionalismo - sua la teca in vetro e cemento per l'Ara Pacis Augustae, poi sostituita nel 2003 dal Museo di Richard Meier - il museo nasceva per dare una casa alle due imbarcazioni recuperate grazie una complessa operazione d'ingegneria idraulica che comportò l'abbassamento del livello del lago di Nemi. Nella sua struttura ariosa, i grandi lucernari e la passeggiata prospettica verso la sponda del bacino, l'architetto voleva esaltare la bellezza dei Colli Albani, offrendo al pubblico uno spazio culturale che dialogasse armoniosamente con il paesaggio circostante.

 Dopo il rogo il Museo venne chiuso fino al 1953, rimase aperto fino al 1962, poi chiuso fino al 1988 quando riaprì definitivamente le porte, e nonostante fosse divenuto sostanzialmente il Museo dell'opera architettonica di Vittorio Morpurgo, ormai da anni versava nel degrado. Pesanti infiltrazioni d'acqua, spazi suggestivi come il ballatoio e la terrazza chiusi al pubblico e diventati nel tempo magazzini archeologici, la strada di collegamento al lago sbarrata da un cancello e invasa dai rovi, solo alcuni dei tanti problemi che rendevano il Museo delle Navi un luogo in decadenza, quasi una terra di nessuno.

"Quando sono entrata in carica, nel 2015, era appena uscito un dossier che denunciava le pessime condizioni del Museo - spiega la direttrice del Polo Museale del Lazio, l'archietta Edith Gabrielli - un peccato per un'opera architettonica di grande pregio". Grazie ai fondi di programmazione triennale messi a disposizione per i 43 siti del Polo, è stato avviato un progetto di recupero inaugurato ieri. "Abbiamo preso in mano i disegni originali di Morpurgo e lavorato seguendo la sua sensibilità", continua Gabrielli. Una serie di interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria e un riallestimento hanno finalmente restituito tutti gli spazi del Museo, che oltre alle copie delle navi espone una sezione archeologica sulla protostoria e sugli insediamenti nel territorio lacustre in età repubblicana. "Questo è solo l'inizio - dice Gabrielli - vogliamo portare eventi qui e far sì che il Museo torni ad essere un polo culturale in un territorio di clamorosa bellezza come questo".

Museo Nazionale delle Navi Romane via del Tempio di Diana, 13, Nemi. Tutti i giorni dalle 9 alle 19, biglietto 3 euro. Tel. 06 9398040

Fonte, La Repubblica, clicca qui. Sito Museo delle Navi Romane di Nemi, clicca qui.

24 luglio 2017

Il 29 settembre torna la Notte Europea dei Ricercatori

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Settimana Europea della Scienza e Notte Europea dei Ricercatori: un'avventura lunga dodici anni.

Il 29 settembre appuntamento con la scienza. Torna la Notte Europea dei Ricercatori, l’evento dedicato alla ricerca scientifica più importante d’Europa Dal 23 al 30 settembre al via la Settimana della Scienza organizzata da Frascati Scienza: eventi scientifici, incontri con i ricercatori, conferenze e visite ai centri di ricerca italiani In Italia il progetto coordinato da Frascati Scienza con 22 città italiane e  oltre 300 eventi 

Il 29 settembre torna la Notte Europea dei Ricercatori, la più importante manifestazione europea di comunicazione scientifica che coinvolge oltre 300 città europee.  In Italia l’evento, coordinato da Frascati Scienza, sarà preceduto dal consueto appuntamento con la Settimana della Scienza che si svolgerà dal 23 al 30 settembre 2017,  con un calendario ricco di eventi e aperitivi scientifici, incontri con i ricercatori, conferenze e visite nei più autorevoli centri di ricerca italiani.

La Notte Europea dei Ricercatori, che quest’anno compie 12 anni, è promossa dalla Commissione Europea. In Italia il progetto, coordinato dall’Associazione Frascati Scienza, è realizzato in collaborazione con Regione Lazio, Comune di Frascati, ASI, CINECA, CREA, ESA-ESRIN, GARR, INAF, INFN, INGV, ISPRA, ISS, Sapienza Università di Roma, Sardegna Ricerche, Università di Cagliari, Università di Cassino, Università LUMSA di Roma e Palermo, Università di Parma, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, Università degli Studi Roma Tre, Università di Sassari, Università della Tuscia, Astronomitaly, Associazione Tuscolana di Astronomia, Explora, G.Eco, Ludis, Osservatorio astronomico di Gorga (RM), Fondazione GAL Hassin di Isnello (PA), Sotacarbo.
La manifestazione ha l’obiettivo di avvicinare i ricercatori ai cittadini di tutte le età e di evidenziare l’importanza e l’impatto positivo della ricerca nella vita quotidiana. Un’opportunità per creare un legame tra scienza e società, per un confronto/dibattito continuo su temi cruciali della ricerca scientifica. Un’occasione, inoltre, per far incontrare i giovani e i ricercatori, per comprendere da vicino questo affascinante mestiere in grado di cambiare concretamente le nostre vite, diventare anche solo per un giorno ricercatore divertendosi e scoprendo discipline scientifiche e, perché no, restare affascinati dalla carriera scientifica pensando un giorno di intraprenderla.

Anche quest’anno il filo conduttore della manifestazione organizzata da Frascati Scienza è il Made in Science, per una scienza intesa come vera e propria ‘filiera della conoscenza’. Tutto quello che ci circonda è scienza e lo strumento essenziale per conoscere, spiegare e interpretare il mondo è proprio il metodo scientifico. Tutti noi siamo immersi tra oggetti, strutture, modi di vita, lavori o divertimenti che sono frutto della ricerca scientifica. Ecco quindi che noi tutti siamo “Made in Science”, non certo solo Laboratori o Enti. La ricerca scientifica è molto più vicina a noi di quanto possiamo immaginare. La Notte Europea dei Ricercatori e Frascati Scienza vogliono ricordarci quanto dobbiamo, ogni giorno, a chi vi si dedica, a chi vi lavora, a chi costruisce giorno dopo giorno l’innovazione ed il futuro.

“La manifestazione – sottolinea Colette Renier, Coordinatrice della European Researchers’ Night presso la Commissione europea – è ormai un appuntamento fisso. Il suo effetto positivo è così potente che nell’ottica della futura call per il 2018-2019 si pensa a una durata più lunga dell’evento (fino al sabato sera) nonché ad un aumento del bilancio globale dedicato all’azione”.        
Come gli anni scorsi, Frascati Scienza oltre a coordinare tutte le attività dell’area tuscolana, zona della Regione Lazio che presenta molte delle infrastrutture di ricerca più importanti d’Italia e d’Europa, sarà presente in tantissime città da nord a sud della Penisola, isole comprese: Bari, Cagliari, Carbonia, Cassino, Cave, Cosenza, Ferrara, Frascati, Frosinone, Gorga, Isnello, Lecce, Milano, Monte Porzio Catone, Napoli, Palermo, Parma, Pavia, Roma, Sassari, Trieste, Viterbo. Durante gli eventi i visitatori potranno sperimentare, discutere, giocare e perfino affrontare i ricercatori in quiz e competizioni. Un modo per scoprire la ricerca e i ricercatori, definiti da Renier: “persone con un lavoro straordinario”.

La Notte Europea dei Ricercatori di Frascati Scienza è finanziata dalla Commissione Europea nell’ambito della call MSCA-NIGHT-2016/2017 (Grant Agreement No. 722952). Fonte comunicato: ufficio stampa Frascati Scienza. Per informazioni sulla manifestazione, Frascati Scienza, clicca qui.

11 luglio 2017

Designed around you

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. È lo storico claim di Volvo che nell'imminente futuro, calendario sfogliato già al 2019, abbandonerà l'era dei motori a scoppio spegnendo secoli di storia.
Nuova epoca e fedeltà all'elettrico per la casa di Goteborg, dal 2010 posseduta dalla cinese Geely che, in questo campo, riesce ad anticipare anche i pionieristici giapponesi di Toyota.
Volvo Cars predisporrà già dal 2019 alcune linee di vetture con motorizzazione soltanto elettrica affiancate da auto ibride ancora per alcuni anni.
Tuttavia la svolta c'è ed è sostanziale; una grande rivoluzione motoristica che diventa realtà attuale in tempi brevi.
Volvo, sempre attenta alle esigenze dei propri consumatori, stravolge ora la propria anima, il cuore pulsante dei propri mezzi, mantenendo fede al proprio slogan: "Designed around you".
Buona lettura. 

Volvo ha annunciato che ogni nuovo modello che verrà lanciato a partire dal 2019 avrà un motore elettrico sotto al cofano, segnando di fatto la fine dell'offerta di auto con motore soltanto a combustione interna oltre a mettere al centro del proprio sviluppo futuro l'elettrificazione. Ciò significa che le auto con motore a combustione interna usciranno progressivamente di produzione e saranno sostituite da vetture con motore endotermico combinato con diverse opzioni di elettrificazione. Come detto Volvo introdurrà un'offerta di auto elettrificate su tutta la gamma, comprendendo sia le vetture soltanto elettriche, ma anche ibride plug-in e auto con soluzioni mild-hybrid. In particolare il programma prevede il lancio di cinque auto “full electric” fra il 2019 e il 2021, tre di queste saranno modelli Volvo mentre le altre due saranno vetture elettriche ad alte prestazioni realizzate da Polestar, il brand per modelli ad alte prestazioni della stessa Volvo. 
Fonte, Il Sole 24 Ore, prosegue a questo link.

27 giugno 2017

Orgoglio Kiwi

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Dio creò il vento e lo consegnò ai neozelandesi. Cinque milioni di anime per nulla irretite dall'onere, abituate a guardare l'orizzonte in cerca della raffica giusta, pronte a interpretare il divino Eolo. 
Hanno sorpreso tutti, i Kiwi, in questa trentacinquesima edizione dell'America's Cup. Sin dal via, quando scendono in acqua con i pedali anziche usare le braccia per cazzare le vele; con il campo di regata tramutato in un velodromo (qui). E se il pauroso capsize (qui) ha fatto per un attimo pensare alla rocambolesca edizione 2013, persa per un soffio, quest'anno l'epilogo è stato molto diverso. 7 a 1, stracciato il team armato da Larry Ellison che forse, ora, potrebbe addirittura mollare il sindacato.
"È stato un lungo viaggio, ma adesso la riportiamo a casa". Parole di Grant Dalton in sala stampa, ceo di Emirates Team New Zealand e laurea honoris causa all'università della vela.
L'Auld Mug migra verso Auckland, sua vecchia e nuova casa per circa tre o quattro anni come la tradizione impone. Ora al defender stabilire il nuovo regolamento per l'edizione numero trentasei. E su tutto, due strade: proseguire con i trimarani, per una vela più vicina all'aeronautica o tornare al passato, allo scafo monochiglia. Chi vince detta le regole. Intanto una certezza: torna Luna Rossa e sarà Challenger of record. Bertelli non aspettava altro. Impresa ardua, scalfire l'orgoglio Kiwi è tra le gesta destinate agli dei, ma sarà entusiasmante provarci.
Fonte foto post, clicca qui.
  • La magia della 35a America's Cup raccontata dal fotografo Carlo Borlenghi. Qui.
Una festa semplice, a base di birra e famiglie, nell’hangar del quartiere generale a Dockyard, l’ex base navale militare trasformata in villaggio della Coppa America. Con il guerriero Grant Dalton, il ceo di Emirates Team New Zealand, spalleggiato dal timoniere Peter Burling, la sua invenzione, che dà inizio ai festeggiamenti portando il trofeo, l’Auld Mug come si dice in gergo, utilizzando l’olandese antico per definire la “vecchia brocca”, che gli è stato consegnato in sala stampa dopo le celebrazioni. “E’ stato un lungo viaggio, ma adesso la riportiamo a casa”, la battuta di Dalton. E’ la terza Coppa che vola, nel 1995 o resta come nel 2000, ad Auckland. 
Finisce così la giornata più lunga della 35a America’s Cup, che ha visto New Zealand vincere di netto su Oracle Team Usa, riprendendosi la rivincita sulla rocambolesca sconfitta del 2013 a San Francisco. A Bermuda non c’è stata rimonta che tenga: il defender, il detentore della Coppa, ha vinto una regata soltanto contro le otto in totale dei kiwi, che hanno dovuto pure annullare il punto di vantaggio concesso a Oracle perché vincitore delle Qualificazioni. L’ultimo carosello è stato umiliante per gli americani e per il loro timoniere, Jimmy Spithill, un veterano che è stato messo sotto dal giovane Burling come se fosse salito per la prima volta su questi catamarani volanti. 

Nulla da rivendicare, tanto che lo stesso boss di Oracle, Larry Ellison, si è andato a complimentare con gli avversari. E così anche Russell Coutts, l’ideatore di questa Coppa, il kiwi che ha vinto più di tutti, e che oggi esce sconfitto anche lui. La sua era probabilmente è finita, a meno che non sia vera quella voce che vuole Ellison ritirarsi e lasciare il team a Coutts purché riesca a finanziarselo da solo. 
Il patron di Alinghi, Ernesto Bertarelli, da giorni a Bemruda sul suo megayacht Vava2, ha lodato e ringraziato New Zealand, la cui “determinazione e la loro spinta innovativa - ha detto - sono un esempio per chi pratica lo sport agonistico, ma sono anche un invito a non dimenticare la passione e l’ingegno che da sempre animano l’America’s Cup. Emirates Team New Zealand - ha aggiunto -, grazie a un’incredibile combinazione di talento sportivo da parte del team guidato da un campione come Peter Burling, ha elevato il nostro sport a un nuovo livello. Grazie davvero da parte nostra per quello che avete realizzato”. Da capire, adesso, se Bertarelli tornerà in Coppa con Alinghi. Lui, aperto sostenitore dei catamarani volanti, si è incontrato in questi giorni con i kiwi, e non è escluso che si lasci ancora tentare. 

Finalmente, dopo almeno un giorno di attesa e di sotterfugi per nascondere la presenza del patron di Luna Rossa Patrizio Bertelli e del presidente del Circolo della Vela Sicilia Agostino Randazzo, non soltanto gli stessi si sono pavesati, ma non appena c’è stata l’ufficialità della sfida accolta è stato reso noto che Luna Rossa tornerà in Coppa e che sarà il Challenger of record, vale a dire il primo degli sfidanti e il loro portavoce, con un ruolo fondamentale nel disegnare la Coppa numero 36. 
Bertelli ha ipotizzato la finale ad Auckland entro tre-quattro anni, non si è sbilanciato sulle barche, che potrebbero restare comunque catamarani (“La contrapposizione tra multiscafi e monoscafi è una cavolata”, ha detto), ma magari con vele tradizionali, e ha parlato anche di eventi preparatori in Italia. Quanto alla nuova Luna Rossa, la vuole tuttta di giovani, provenienti dalle classe olimpiche, con qualche uomo di esperienza come l’ex skipper Max Sirena. Il patron di Prada ha anche speso parole di comprensione per Dean Barker, ex Luna Rossa, il timoniere di Team Japan fatto fuori nelle semifinali. “Poverino, però…”. 
Al settimo cielo Randazzo, che vede così coronare un sogno per il Circolo della Vela Sicilia che presiede, e che ebbe a presiedere il padre; un sogno che si era avvicinato nel 2013 a San Francisco, quando si accordò con i kiwi sull’8-1 per lanciare la sfida di Luna Rossa, e che la successiva disfatta cancellò. “E’ importante per noi, per il movimento della vela italiano e per l’Italia”, ha detto.  

 “Congratulazioni a Team New Zealand e al mio amico Grant Dalton a capo della sfida neozelandese” il saluto di Riccardo Bonadeo, il commodoro dello yacht Club Costa Smeralda. “Congratulazioni anche a Patrizio Bertelli nuovo Challenger of Record con il Circolo della Vela Sicilia, se ci saranno le condizioni per la prossima edizione, lo Yacht Club Costa Smeralda potrebbe ritornare con Azzurra, dopo aver fatto conoscere l’America’s Cup agli italiani con la prima sfida tricolore”.
Fonte articolo, La Stampa, clicca qui.

16 maggio 2017

I salari e la questione irrisolta dell'Euro

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. A tutto campo, temporalmente parlando e con i riferimenti accademici.
Vietato annoiarsi con Bagnai, soprattutto, difficile non capire. La semplicità è l'elemento che contraddistingue i suoi articoli; aspri, spigolosi, resi semplici anche per i non addetti ai lavori che vivono la cosa fondamentale della vita e dell'economia: la quotidianità.
Generalmente più a suo "agio" su Goofynomics (qui) per ragioni ben illustrate nel corso del tempo. Questa volta su Il Sole 24 Ore. Con grande piacere.
Un breve stralcio riportato sotto, l'intero articolo a questo link. 
Buona lettura.

L’euro è stato il più grande successo della scienza economica, ma sta diventando la più umiliante sconfitta per la professione economica. Ringrazio il Sole 24 Ore, che mi permette, con apprezzabile spirito di apertura, di esporre e discutere nel quadro di un dibattito autorevole un paradosso che ci riguarda tutti, economisti e non.

L’euro è stato un grande successo della scienza economica: non conosco alcun altro caso in cui essa sia stata in grado di prevedere con una precisione così sconcertante le conseguenze di una decisione politica. Vi fornisco tre esempi. Partiamo dall’ultimo Bollettino economico della Bce, il quale lamenta come la crescita dei salari nell’Eurozona sia molto tenue, il che suggerisce una probabile sottostima dei dati ufficiali sulla disoccupazione. Siamo quindi nelle condizioni previste nel 1996 da Rudiger Dornbusch, quando avvertiva che l’unione monetaria avrebbe «trasferito al mercato del lavoro il compito di regolare la competitività», rendendo prevalenti condizioni di disoccupazione. È quanto chiamiamo «svalutazione interna», un meccanismo sul quale una unione monetaria deve contare, se vuole sopravvivere (lo mostrò Mundell nel 1961). In secondo luogo, in tutta Europa i partiti euroscettici progrediscono (nonostante le sconfitte), e mettono in causa il modello di integrazione politica europea. È esattamente quanto Nicholas Kaldor aveva previsto nel 1971, quando ammoniva che «se la creazione di una unione monetaria e il controllo della Comunità sui bilanci nazionali esercitano una pressione tale da portare al crollo del sistema, avrà impedito una unione politica anziché favorirla». Infine, Macron non si era nemmeno insediato, che dalla Germania il rifiuto della proposta francese di Eurobond chiariva come la potenza egemone non intenda deflettere dalla propria intransigenza. Ottimo esempio di quanto Martin Feldstein diceva nel 1997: «l’aspirazione francese all’uguaglianza e l’aspettativa tedesca di egemonia non sono coerenti». 

Tutto sta andando come i migliori di noi avevano previsto, e quindi il dibattito sull’euro di un economista intellettualmente onesto starebbe in quattro parole: «ve lo avevamo detto!». Sarebbe, certo, un atteggiamento sterile, ma sempre migliore di quello al quale assistiamo dal 2008 in poi. Invece di delineare vie di uscita da una trappola che aveva descritto così bene, la professione economica si sta screditando, difendendo con argomenti dubbi lo stesso progetto del quale aveva previsto il fallimento (circa la qualità degli argomenti sottoscrivo quanto scritto da Perotti su lavoce.info del 12 maggio scorso).

07 maggio 2017

Un racconto in musica da Rocca Massima a cura di Maria Lanciotti

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. È andata a scovarlo sulle asperità di Rocca Massima, non lontano da lei, veliterna. Un'intervista racconto che affascina; ci parla di tradizioni, di innovazione e di borghi storici che provano a riprendere vita durante il vuoto dell'epoca globale. Parli di Rocca Massima, territorio dei Lepini e ti aspetteresti olio di oliva, vino o qualcosa di enogastronomico. No. Spunta una sinfonia, scorgi un liutaio, e che liutaio. Belle le mani, forgiano capolavori, scrivono racconti. Maria Lanciotti intervista Paolo Dubla nell'ambito del progetto Maestri artigiani e nuovi talenti per il made in Rome. 
Parola a lei.

“È a rischio secondo me la cultura italiana. Vedo una demolizione di quelle che sono le possibilità per i giovani musicisti. Invece di pensare se con la cultura si mangia o no, pensiamo a una società senza una forma d’arte”
Una storia che parte dalle brume e gli sterminati oliveti di Rocca Massima con un nonno falegname e il ritorno all’antico borgo del nipote liutaio.
Paolo Dubla, nato a Velletri nel 1983, fra i vincitori del concorso nazionale “Premia la tua idea di impresa” edizione 2015, rappresenta da qualche tempo un’altra eccellenza di questo nido d’aquila posto su uno sperone, il comune più alto in provincia di Latina.  Trecento anime e tanta animazione anche quando tutto sembra fermo nel tempo.
Paolo si presenta con un sorriso disarmante e quietamente, quasi meditando ogni parola, ricostruisce le fasi di un percorso tortuoso e affascinante che tuttora lo impegna in una ricerca che va oltre le ragioni di studio e di lavoro. Ascoltarlo è anche un interrogarsi sulla nostra società e il senso profondo e inalienabile dell’arte.

Paolo, com’è arrivato a essere quello di oggi?
Tutto lineare fino alle superiori, poi inizio a suonare la chitarra. E da lì c’è stato un cambiamento di mentalità, forse anche di valori. La musica l’avevo sempre ascoltata con piacere, ma entrandoci, suonandola, ho sentito il bisogno di capire altre cose. Il tocco, i suoni sempre diversi secondo chi suona lo strumento. E capisco che faceva parte dei sentimenti. Una volta un amico con cui suonavo, senza mai sentirmi all’altezza, mi disse: “Come tu suoni la chitarra non la suonerà mai nessuno, come la suoni tu, è tua”. Questa cosa mi ha appassionato sempre di più, poter esprimere sentimenti e provare emozioni.

Come ha proseguito gli studi?
Dopo l’ITIS ho preso ingegneria. Ma c’era qualcosa che non andava. Mancavo proprio di concentrazione.  E suonavo troppo rispetto a quanto dovevo studiare. Avevamo messo su un gruppo, Sensi Inversi, e avevo iniziato a scrivere canzoni. Da lì è nata la liuteria.
L'intervista prosegue a questo link. Buona lettura. 
Fonte foto post, clicca qui.

09 aprile 2017

Perchè ci mancherà uno come Giovanni Sartori

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Anno 2006. A Palazzo Chigi si alternavano Prodi e Berlusconi, Berlusconi e Prodi, si parlava di legge elettorale (non si è mai smesso). Ero a Viterbo, girovagando silenziosamente all'interno di una libreria m'imbattei nel suo ultimo testo. Aveva come perno una riflessione tecnica sul federalismo tanto voluto da Umberto Bossi: Malacostituzione e altri malanni. Profondo e spicciolo, come solo Sartori sapeva fare. La sua mente mancherà molto a questo Paese.
Buona lettura.

Essenziali, e anche parecchio severi, ma coloriti. Profondi, eppure di una piacevolezza da discorsi tra amici, intorno al camino. Così erano gli editoriali di Giovanni Sartori sul Corriere della Sera. E così ce li aspettavamo noi in via Solferino, perché lui di imprevedibile poteva riservarci un ragionamento, non uno stile. Inconfondibile. Che si manifestava prima di tutto con il suo linguaggio. Chiaro e senza fronzoli, alla maniera di Montanelli. Con improvvise incursioni nell’ironia e nel sarcasmo. E cioè nell’intelligenza dello scettico, saldo nei suoi convincimenti e nei suoi consigli ai potenti di turno, eppure convinto che non sarebbero stati ascoltati. La sua fiducia nella classe dirigente italiana era ai minimi termini. E alla fine dei suoi giorni sarebbe calata ancora.
Prosegue qui.

29 marzo 2017

Piigs

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Come ogni punto di vista che si rispetti quello del film sulle politiche di austerità indotte dall'UE verso alcuni suoi stati membri ci fornisce elementi di un puzzle davvero interessante. Un quadro contemporaneo che riguarda ormai una porzione via via più consistente del popolo europeo.
Piigs raccoglie le osservazioni di attenti studiosi come Noam Chomsky, Vladimiro Giacchè e Warren Mosler, e nei fatti l'acronimo sta per:
P.i.i.g.s., che si può leggere come una sottolineatura dello spregiativo inglese pigs ("porci"), è un "neologismo" coniato dal giornalismo economico nel 2009 (ammesso che si possa definire giornalismo l'insulto; l'alternativa è Gipsi, assonante con "zingaro"), o almeno così ci dicono i titoli di testa del film. Ma è anche acronimo dei cinque Paesi dell'UE considerati dalle politiche economiche scriteriate, Stati non competitivi, per non dire parassiti: Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna (qui)
Insomma, i cosiddetti "porci", secondo una certa stampa - e non solo - nord europea, sarebbero l'anello disfunzionale del progetto economico - monetario dell'UE. Attenzione, dell'UE, non dell'Europa, l'Europa è da sempre un'altra cosa e tale rimarrà. Distinguo importante nella melassa informativa tesa spesso a confondere.
Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna, rigorosamente in ordine alfabetico e non di "buffi", sia chiaro, elementi deboli perchè molto indebitati. Esposti a tal punto da non essere sostenibili, quindi insolventi o a rischio di insolvenza.
Ma è realmente così?
Il film, narrato da Claudio Santamaria e opportunamente descritto negli articoli che propongo poco più sotto: il primo preso da Scenari Economici, il secondo da Il Fatto Quotidiano (quest'ultimo tuttavia con qualche banale errore di troppo), pone seri dubbi che le cose siano davvero così.
Riesce infatti difficile considerare stati come l'Italia o lo Spagna come dei "parassiti". Stiamo parlando, nel nostro caso, di una delle prime economie manifatturiere dell'UE, tale da disturbare la stessa Germania e ignorando, volutamente, il contributo storico dato dagli italiani nel corso dei decenni alla creazione della stessa UE.
Ci riguarda e prendiamo proprio l'Italia, l'ombelico della cosiddetta periferia. Davvero l'Italietta sarebbe così indebitata o spendacciona da meritare una cura lacrime e sangue per mezzo dell'austerità di Francoforte e Bruxelles?
A tal riguardo sarebbe meglio non osservare l'andamento del nostro debito pubblico dal momento dell'adozione della moneta unica europea e, ancor più, dall'adozione delle misure di austerità. Grafici vietati ai deboli di cuore.
Peraltro l'Italia prima dell'adozione dell'Euro operò una massiccia opera di privatizzazioni volte, secondo gli "illuminati" amministratori del momento, proprio ad abbattere lo stock di debito in vista dell'ingresso nell'unione monetaria e aprire (teoricamente) il mercato. La storia, si sa, è andata diversamente e nei fatti ci siamo privati di buona parte del nostro comparto industriale (tra i primi al mondo) senza ridurre considerevolmente lo stesso debito. In fin dei conti illuminate, quelle si, dottrine macroeconomiche ci dicono che ridurre il debito pubblico con un forte contributo delle privatizzazioni equivale a premere il grilletto con sotto i propri piedi.
La crisi esogena che ha investito l'area Euro dal 2007 e che lascia boccheggiare ancor oggi le economie del Mediterraneo, spiaggiate in cerca di ossigeno e con riforme calate dall'alto che non originano nessuna soluzione nel medio - lungo termine (deflazione salariale e interventi massicci sulla produttività), non era tecnicamente uno shock originato dalla crisi dei debiti sovrani. Oggi si può dire con chiarezza.
Non i debiti di stato insomma e, quindi, non come ci è stato sempre o quasi detto.
A sgombrare il campo da qualsiasi arbitrio sul tema è Vítor Constâncio, non il referente economico di qualche partito nazionale, ma il vicepresidente della stessa Banca Centrale Europea: "La BCE scopre che il problema è la finanza privata e non quella pubblica", tratto da Vocidallestero, ma le parole di Constâncio trovano facile risontro un po' ovunque.
Di quella relazione ne propongo uno stralcio leggibile in toto a questo link.
La prima domanda è importante per identificare le possibili carenze nella progettazione dell’unione monetaria che hanno bisogno di essere corrette per evitare crisi future. La mia opinione è che il principale fattore scatenante è da ricercarsi nel settore finanziario, in particolare in quelle banche che hanno fatto da intermediarie nell’immenso flusso di capitali verso i paesi periferici, che ha creato squilibri divenuti insostenibili a seguito del “sudden stop” (arresto improvviso, ndt) causato dalla crisi internazionale e dalla brusca revisione delle valutazioni del rischio che questa ha causato.
La seconda domanda è utile per comprendere se la costruzione dell’unione monetaria sarebbe stata sufficiente ad assicurare una graduale correzione delle vulnerabilità e evitare una crisi, nel caso in cui lo shock internazionale non fosse avvenuto. Si potrebbe ipotizzare che, senza influenze esterne, l’eurozona avrebbe potuto superare gradualmente le sue debolezze con un processo di riequilibrio interno. Non potremo mai essere certi di questo. Fortunatamente, questa domanda è meno significativa della prima.
...
Cominciamo con la prima prospettiva sulle cause. La spiegazione più vecchia  della crisi, progressivamente corretta dagli accademici ma sempre popolare tra alcuni segmenti dell’opinione pubblica, dice più o meno questo: “Non c’era niente di intrinsecamente sbagliato nel progetto dell’Unione monetaria europea, e la crisi sarebbe scaturita essenzialmente dal fatto che diversi paesi periferici non avrebbero rispettato quel progetto – in particolare le regole fiscali e il Patto di stabilità e di crescita – il che avrebbe generato una crisi di debito pubblico.”  Questa è la spiegazione secondo la quale  “il problema è essenzialmente fiscale”, che può essere facilmente connessa ad altre due : l’indisciplina fiscale ha portato ad un surriscaldamento dell’economia, l’aumento di salari e prezzi ha implicato una perdita di competitività, e questo ha portato alla crisi da bilancia dei pagamenti.
Nonostante questa spiegazione abbia una sua coerenza interna, essa non è corretta, specialmente per quel che riguarda il fattore scatenante della crisi.
Anzitutto, non c’è una forte correlazione tra il rispetto del Patto di stabilità e crescita di un membro dell’eurozona prima della crisi e il relativo spread richiesto dai mercati finanziari oggi. Per esempio, Germania e Francia non hanno rispettato tale Patto nel 2003-2004; mentre Spagna e Irlanda lo hanno rispettato più o meno pienamente fino al 2007.
In secondo luogo, nei paesi il cui debito pubblico è oggi sotto attacco, durante i primi anni della moneta unica non c’è stato alcun aumento non c’è stato alcun incremento uniforme del livello complessivo del debito pubblico.
A tante domande una risposta.
Smontato quindi il maggiore credo popolare e dei media, messo fuori dall'austero angolo il colpevole dei (non) colpevoli, lo stock di debito pubblico, viene da chiedersi dove cercare quindi la vera causa.
Anche qui lo stesso Constâncio ci fornisce valide indicazioni e con un po' di intuito si può passare dall'acqua al fuocherello. Non ci resta che giocare.
L'Italia, intanto, con un debito pubblico attorno al 132% del PIL è lontana ad esempio da quel Giappone che sfonda di gran lunga il tetto del 200% - roba da olive greche! - e che ben si guarda da entrare in qualsiasi unione monetaria per giunta a cambi fissi: "Perché con un rapporto debito/Pil al 236% il Giappone spende e spande mentre l'Italia va giù a colpi di austerity?" Il Sole 24 Ore, qui.
Il Giappone ha il 236% del debito/Pil e un deficit/Pil al 10%. Numeri che farebbero impallidire Angela Merkel, i trattati di Maastricht, Lisbona e compagnia bella. E cosa fa il premier Shinzo Abe? Ha annunciato poche ore fa un ulteriore piano espasione della spesa pubblica con un primo intervento da 85 miliardi di euro. Insomma, del mantra europeo dell' austerity dalle parti di Tokyo non c'è neanche l'ombra. Ma come mai il Giappone - che resta la terza economia del pianeta e può esibire un tasso di disoccupazione del 4,5% contro l'11% europeo - può permettersi di far galoppare la spesa pubblica pur convinvendo da tempo con parametri di indebitamento molto simili a quelli della Grecia? Non solo: lo stesso plurindebitato Giappone può permettersi di finanziare il debito pubblico americano (facendo carry trade, ovvero pagando interessi inferiori all'1% su titoli a 10 anni ai detentori dei titoli nipponici e ricevendo quasi il 2% dal Tesoro Usa) e quello europeo (il Giappone si è detto pronto ad acquistare titoli emessi dal Fondo salva-StatiEsm). Come mai?
Possibile? Pizza, corruzione e mandolino più virtuosi degli introspettivi samurai? Chissà cosa direbbe, appunto, la ferrea Angela da Berlino.
Tecnicamente però è così, ma questo quanto ci costa in termini reali? Molto, un prezzo enorme e difficile da stimare.
Purtroppo il Sol Levante dispone di due cose che noi abbiamo perso o meglio, ceduto in nome di un disegno unitario che unitario però non pare essere: la leva monetaria e, praticamente, anche la leva fiscale.
Il definitivo harakiri giunge con la regola di Maastricht secondo la quale il tetto virtuoso di debito pubblico per ogni paese aderente all'Euro non deve superare la soglia del 60%. Concetto, questo, che non risponde, nei fatti, a nessuna dottrina macroeconomica.
I meticolosi samurai, sebbene con i loro problemi, questo l'hanno capito bene e anche dall'altra parte del Pacifico non scherzano affatto, con Trump poi ne vedremo probabilmente delle belle.
Ai tempi dell'adozione del Marco tedesco come moneta unica, pardon, dell'Euro, non è solo il debito pubblico ad essere oggetto di particolari attenzioni. Fa infatti da contraltare a questa tematica anche l'annosa questione del rapporto deficit/PIL sotto la soglia del 3% per ogni stato appartenente alla moneta unica.
Virtuosismi, verrebbe da dire, recessivi.
Prendiamo sempre il nostro Paese, l'Italia rispetta con molti sacrifici questa soglia del 3% dal 2012, al contrario ad esempio della Francia, ancora allegramente fuori da tale parametro.
Per rimanere dentro questo vincolo il nostro Paese sta, non a caso, smantellando il suo tessuto manifatturiero e artigianale, sta tagliando servizi primari al cittadino, elevando la tassazione, tutto in nome di un'efficienza che non ha fondamenti economici reali.
Forse un giorno andrà riscritta la nostra storia recente, chissà. I Piigs non sono porci e forse non erano neppure così "buffaroli". Intanto abbiamo una certezza: in passato erano molto più ricchi.
Qui il trailer.
Buona visione, al cinema.

Da Scenari Economici: E se in un unico documentario alcuni tra gli intellettuali più prestigiosi del mondo sostenessero che le politiche di austerità dell’Unione Europea ci stanno portando sull’orlo del baratro economico invece che salvarci dalla crisi?
E se quello stesso documentario vi dimostrasse che le regole dei trattati europei sul deficit, il debito e l’inflazione sono frutto di banali errori di calcolo?
E se vi venisse svelato come queste politiche influiscono direttamente sulla vita di ognuno di noi aumentando disoccupazione, povertà e diseguaglianze?
Ci ripetono costantemente che lo stato sociale non è più sostenibile. Intanto il malcontento popolare monta, sempre più cavalcato da partiti estremisti con conseguenti e quotidiane derive xenofobe. L’Europa sembra assistere impotente a questo pericoloso scenario, il rischio di una disgregazione è sempre meno peregrino, la Brexit ne è un clamoroso esempio.
Preoccupati per questo quadro desolante e per un orizzonte tutt’altro che roseo, ci siamo chiesti cosa potesse fare il cinema. Il progetto è totalmente autofinanziato e riconoscendone il valore sociale hanno aderito gratuitamente alcuni dei più grandi intellettuali del mondo, tra cui:
Noam Chomsky (filosofo e linguista, definito dal New York Times “Probabilmente il più grande intellettuale vivente”), Yanis Varoufakis (ex ministro delle finanze greco), Stephanie Kelton (economista capo del budget del senato degli Stati Uniti e consulente economico di Bernie Sanders), Warren Mosler (insider finanziario, esperto di sistemi monetari), Paul De Grauwe (London School of Economics), Erri De Luca (scrittore). Con il loro aiuto e attraverso un’indagine durata cinque anni, il documentario sfata alcuni dei più incrollabili dogmi economici che influenzano le politiche dell’Unione Europea. Dogmi che non solo hanno impedito ai Paesi europei di risollevarsi dalla crisi peggiore degli ultimi cento anni, ma che addirittura… la aggravano. 
Prosegue qui.

Da Il Fatto Quotidiano: Attraverso una indagine lunga ben cinque anni, Piigs distrugge alcuni dei più incrollabili dogmi economici che influenzano le politiche dell’Unione europea e dunque anche la nostra vita. I comuni non possono spendere danaro per migliorare la vita dei propri cittadini? Le regioni sono costrette a chiudere gli ospedali? In Italia nel 2016 si è raggiunto il record storico di povertà assoluta (4 milioni e seicentomila persone)? Tutta colpa della regola del 3%, cioè di quel limite insuperabile imposto dall’Unione a tutti i paesi membri nel rapporto tra deficit e Pil. Ma chi sa come nacque questa regola europea diventata legge costituzionale in Italia?
Lo spiega nel documentario un divertito Guy Abeille, già funzionario economico del gabinetto del presidente francese Mitterand: “Un giorno il Presidente ci chiese un sistema semplice e veloce, non tecnico, per imporre un tetto alle spese statali. Ci riunimmo e in un’ora pensammo al rapporto deficit/pil che in quell’anno in Francia era del 2,6%, così demmo un tetto per noi non traumatico, del 3%. Lo proponemmo a Mitterand e lui lo accettò entusiasta. Nel 1991, Jean Claude Trichet, governatore supplente del Fondo Monetario Internazionale, lo ripropose come limite fisso europeo e la Comunità lo accettò. Nessuna teoria a suffragarlo. Nessun calcolo a giustificarlo”.
Il Re è nudo. Una volta svelato questo, è facile anche per Erri de Luca, Paolo Barnard e Federico Rampini sparare a zero contro quella che Piigs fa apparire come una vera e propria idiozia finanziaria collettiva. Macroeconomia e microtragedia. Piigs, infatti, non scava solo nella storia dei conti delle nazioni, ma anche nel presente drammatico di chi ha a che fare concretamente con le clausole di salvaguardia che limitano la spesa pubblica dei Comuni italiani.
Ecco allora la storia della cooperativa sociale ‘Il Pungiglione’ di Monterotondo e la sua quotidiana lotta per assistere 150 ragazzi disabili. La svolge dal 1991, lo stesso anno della nascita del famigerato 3% e oggi, a causa sua, un centinaio di dipendenti ed il loro prezioso lavoro sono a rischio.
Sabato si è celebrato il sessantesimo anno dei Trattati di Roma, sperando in un Paese più unito, più solidale, membro di un’Europa molto diversa da quella che i padri della Comunità avevano previsto e che i banchieri ci hanno costruito intorno senza che noi ce ne accorgessimo.
Prosegue qui.

20 marzo 2017

Gigantesche

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Valanga azzurra sarebbe stata troppo scontata e richiamarebbe gesta inarrivabili per tutti. Ma quanto fatto dalle nostre ragazze, in ordine: Brignone, Goggia e Bassino, è un podio d'altri tempi e non solo per l'Italia.
Una dolce valanga rosa che si abbatte sulle nevi di Aspen e piace a tutti, yankee inclusi e pronti a urlare yeah! Cielo a stelle e strisce e monopolio azzurro nell'ultimo Super Gigante della stagione, firma indelebile, prima, seconda e terza, forte il messaggio che giunge a tutto il movimento dello sci alpino femminile, l'Italia, c'è.
Classe, forza e carattere, trait d'union di un trionfo gigantesco. Elementi concentrati in queste tre piccole sciatrici, ognuna differente e simile a modo suo oltre la tuta griffata "ITA". 
Avanti così, verso la prossima Coppa del Mondo e verso le prossime olimpiadi invernali. Consapevoli di poter sognare.
Buona visione.
  • Lo sci alla radio, telecronaca RAI di Emiliano Mancuso. Qui.
  • Brignone, Goggia, Bassino, tripletta da favola ad Aspen. Fisi, qui.
  • Rai Sport, trionfo delle azzurre Brignone, Goggia e Bassino. Qui.
La storia dello sci italiano passa per il gigante femminile di Aspen che riporta alla memoria la storica tripletta del 2 marzo 1996 a Narvik, quando Deborah Compagnoni, Sabina Panzanini e Isolde Kostner occuparono i primi tre posti del gigante. Esattamente come è successo oggi, ad Aspen, con una superlativa Federica Brignone che vince entrambe le manche e porta a tre i successi stagionali (cinque in carriera) e si propone come autentica mattatrice del gigante. Quella della Brignone rappresenta la vittoria numero 30 nella storia del gigante femminile. Al secondo posto una Sofia Goggia che raddrizza la gara con il secondo tempo nella seconda frazione, e porta a 13 il numero di podi personali in stagione: un ruolino di marcia impressionante, che la porta a prendere il terzo posto nella classifica finale di disciplina, con 405 punti, alle spalle di Worley (685) e Shiffrin (600). Brignone è quarta e Bassino sesta. Ma Goggia prende il terzo posto anche della classifica assoluta con 1197 punti, nuovo record per un'italiana, dietro a Shiffrin e Stuhec.
Marta Bassino, appena eletta "Young Skier of the Year", porta a tre i podi personali in stagione e completa lo splendido triplete azzurro sulle nevi americane. L'Italia Rosa guida nettamente la classifica per nazioni con 4911 punti, quasi 1000 punti in più dell'Austria che si ferma a 3918.
Le altre azzurre: 17/a Irene Curtoni, 23/a Laura Pirovano, mentre è uscita nella seconda Manuela Moelgg.
L'Italia dello sci compie un balzo in avanti e sale a quota 43 podi complessivi, un numero mai raggiunto nella storia per una stagione che sta consacrando la vera, nuova Valanga Azzurra: la Valanga Azzurra 2.0.
Fonte, FISI, clicca qui.

13 marzo 2017

Mivar chiama Samsung: "Produci in Italia, puoi usare le mie fabbriche gratis"

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Ci si deindustrializza per molte ragioni, tra queste, anche per avere una moneta troppo forte. Lodevole l'appello di Carlo Vichi, patron Mivar agli asiatici di Samsung.

"Signori Imprenditori asiatici, siete gli unici costruttori della componentistica elettronica. Venite a rendervi conto dei vantaggi che potreste avere assemblando in Italia 3 milioni all'anno dei vostri televisori, la Mivar vi concederebbe l'uso gratuito di un complesso industriale unico al mondo in provincia di Milano, come pure il supporto necessario a una vostra presenza in Italia. Il governo stesso darà il benvenuto a una Industria costruttrice di televisori. Signor Presidente della Samsung, mandi un suo incaricato a verificare personalmente come stanno le cose, non le costerà nulla." 
Fonte, sito Mivar, qui.

Questo è il messaggio che il patron Carlo Vichi, anni 94, ha pubblicato in questi giorni sul sito della Mivar, lo storico marchio di televisori italiani che il 20 dicembre del 2013 ha prodotto il suo ultimo televisore. Mivar per anni è stata una costante in tutte le case degli italiani, buona costruzione, buona qualità e prezzo super competitivo rispetto al resto del mondo: con i TV CRT, ingombranti e pesanti, produrre all’estero non era certo un vantaggio. L’arrivo degli LCD, la spinta sul design, sulle nuove tecnologie e il progresso del settore hanno però portato in poco tempo la Mivar al fallimento: il 20 dicembre del 2013 la nuova ed evoluta fabbrica, che Vichi aveva costruito per far fronte proprio agli orientali, ha prodotto il suo ultimo televisore. Ora quelle stesse fabbriche, vicine a Malpensa e collocate in una posizione anche strategica, vengono offerte a Samsung: il colosso coreano produce i suoi televisori per l’Europa in Polonia e l’opzione Italia potrebbe non essere affatto una brutta idea.
Vichi non intende trattare: l’uso delle fabbriche sarà gratuito così che tutto il sostegno, ma a carico di Samsung sarà ovviamente l’assunzione della forza lavoro per poter mandare avanti il tutto. Raccoglierà Samsung l’appello?
Fonte, Corriere della Sera, qui.

06 marzo 2017

E' nata una certezza

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Dalla terra lombarda agli occhi a mandorla di Jeongseon ce ne corre. Ma se ti chiami Sofia Goggia puoi mettere insieme il tutto e, magari, creare pure un capolavoro.
Una due giorni che la nazionale di sci alpino femminile difficilmente scorderà. E non tanto perchè la pista in questione sarà teatro delle prossime olimpiadi invernali, ma perchè nella composta scenografia sud coreana è andato in scena il più scanzonato spettacolo azzurro. 
Interprete, Sofia Goggia. La sciatrice azzurra piazza un vincente uno due, roba d'altri tempi per la nazionale, quasi da libro cuore.
E invece no, è tutta attualità.
24 anni di tecnica, tenacia e testa, dopo la medaglia ai mondiali, Sofia va a prendersi la prima vittoria in Coppa del Mondo nella discesa libera di sabato e replica neppure ventiquattro ore dopo, centrando anche il suo primo successo in Super G. 
Assodato il fattore "T" dal solo sentirla parlare, erano già ottime le impressioni durante tutta la stagione di Coppa, poi, appunto, i mondiali di Saint Moritz a preannunciare l'ulteriore colpo.
Nel pieno della perfetta età agonistica, Sofia ha le carte in regola per donare sogni d'oro a tutto lo sci alpino azzurro. Roda e gli altri lo sperano, con loro i molti tifosi. 
Soprattutto, se non fosse stata rallentata dagli infortuni avrebbe dispensato più sorrisi di quanti già ne regala, se poi ti scopri anche intonata nel cantare l'inno, allora è tutto perfetto o quasi. Futuro incluso.
Con i se però si fa poco. Per questo, non è nata una stella, bensì una splendida certezza.
Buona visione.
Fonte foto post, FISI, clicca qui.
  • Sofia Goggia, Jeongseon Downhill, qui
  • Sofia Goggia, Jeongseon Super G, qui
  • Amazing Sofia Goggia her maiden victory in Jeongseon, qui

13 novembre 2016

Il villaggio di Gennaro

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni. Giornalista e scrittrice, scrittrice e poetessa. Scegliete pure l'abbinamento più efficace, il modo migliore per assaporare Maria Lanciotti rimane uno soltanto, leggerla.
Maria è parte di quel tessuto artistico che dà spessore e rende culturalmente vivi i Castelli Romani. Magistrale interprete dei nostri tempi e luoghi.
Farsi trasportare dai suoi scritti in villaggi lontani che poi, con sorpresa, ammiri nella via accanto alla tua quando meno te lo aspetti. Scorci di persone e storie di vita raccontate da un'autrice sublime. 
Impossibile non immergersi nel suo ultimo lavoro, il Villaggio di Gennaro (qui), lontano quanto vicino. Squisitamente attuale.
Buona lettura.

Questo lavoro nasce sulla spinta di alcune realtà presenti nel territorio in cui mi trovo a vivere e che da tempo vado osservando con crescente rammarico: la chiusura ineluttabile di tante botteghe artigiane e l'abbandono in cui versano tanti edifici, anche prestigiosi.
E' la storia di un artigiano di vecchia scuola che ama il suo lavoro e non vuole vederlo morire insieme alla bellezza e solidità delle opere manifatturiere, sostituite dalla produzione seriale effettuata con materiali scadenti. E non rinuncia a credere alla possibilità di portare avanti, in un mondo meccanizzato e globalizzato, un discorso di qualità legato alla tradizione gloriosa del nostro Made in Italy. 
E' la storia di un imponente complesso architettonico, quasi centenario ma saldissimo, come dimostra la parte recentemente restaurata di pertinenza della chiesa adiacente, che dopo diversi utilizzi e peripezie rischia l'abbattimento o il restauro per fini edilizi anche commerciali, o a lungo andare l'implosione per incuria, mentre si è totalmente privi di spazi di pubblica utilità.
Uno sguardo al presente con le sue evidenti criticità e motivo di riflessione sull'attuale stato occupazionale in grave difficoltà, che potrebbe ritrovare la progettualità e l'audacia tipiche del nostro popolo attraverso la forza del desiderio e dell'utopia concreta, come il personaggio chiave del testo lascia intendere.

Prefazione dell'autrice. 
Il Villaggio di Gennaro, Maria Lanciotti, Edizioni Controluce.

25 settembre 2016

ERN reloaded

@ Futuribilepassato | Luca Tittoni per Frascati Scienza. Più scienza che fantascienza. Se fossimo in ambito cinematografico potremmo dire che la saga continua. Undicesima edizione, traguardo non per molti e attesa alle stelle. Il 30 settembre torna la Notte Europea dei Ricercatori, evento ideato e promosso dalla Commissione Europea e coordinato per l’Italia dall’Associazione Frascati Scienza (qui). L’iniziativa, volta a incentivare la divulgazione al pubblico dell’attività scientifica, si colloca nell’ambito della Settimana Europea della Scienza.

Nuovo il tema, Made in Science, nuova l’edizione ed entusiasmante lo spirito: rendere meno fantascientifica la figura del ricercatore scientifico. Avvicinarlo al grande pubblico nella sua semplicità facendo si che il suo operato sia comprensibile a curiosi e appassionati.

In rampa di lancio e pronto a entrare in orbita un programma denso di eventi (qui) che attraverserà tutto lo Stivale. Da Ferrara a Palermo, da Ancona a Napoli passando per l’energia emessa da Frascati e Roma. Senza dimenticare centri più piccoli quali Carbonia e Rocca di Papa con il suo affascinante Museo Geofisico. Per l’occasione, infatti, saranno aperte le principali sedi di ricerca: l’Istituto Nazionale di Astrofisica, le sedi ENEA di Frascati e Casaccia, l’Agenzia Spaziale Europea (ESA), l’Agenzia Spaziale Italiana di Roma Tor Vergata (ASI), il CNR insieme agli atenei capitolini e non. Per citarne soltanto alcuni.

Ogni visitatore potrà spaziare, liberamente o su prenotazione, a seconda dell’evento scelto, tra aperitivi scientifici, mostre, conferenze e, appunto, visite ai centri di ricerca. E se presso il Centro Nazionale Ricerche ENEA di Santa Maria di Galeria (Casaccia), si potrà scoprire il reattore di ricerca Triga (qui) o immaginare l’Antartide, passeggiando nell’area espositiva dedicata ai 31 anni di presenza dell’Ente per le Nuove Tecnologie l’Energia e l’Ambiente presso il polo ghiacciato (qui), qualche chilometro più in là, nella sede dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, gli appassionati potranno vibrare con le onde gravitazionali (qui) o, perché no, fare quattro chiacchiere col CERN di Ginevra (qui), cosa che non accade certo tutti i giorni. E prima di concludere la giornata, un “accometaggio”, inseguendo gli ultimi incredibili passi della sonda Rosetta (qui), per un’impresa con pochi eguali nella storia.

Via le luci. Silenzio in sala. Va in scena la Notte Europea dei Ricercatori. Undicesima edizione con lo smalto e il fascino di una prima al cinema attesa da tempo. Buon divertimento e buona scienza.